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La Pentecoste Celestiniana (Festa del Ringraziamento)

Come in tutto il mondo Cristiano la festività di Pentecoste o del Ringraziamento veniva ricordata con particolare solennità.

Era una delle massime celebrazioni dell'anno liturgico. Per gli Ebrei la festa rappresentava il giorno in cui sul Monte Sinai Dio diede a Mose le tavole della legge. Per la Chiesa Cattolica era ed e la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. Inizialmente era denominata festa della Mietitura o festa dei primi frutti e si celebrava il 51° giorno dopo la Pasqua segnando l'inizio della raccolta del grano. Non a caso nei testi biblici viene sempre ricordata come una gioiosa festa agricola nella quale gli uomini rendono grazie a Dio per il raccolto dei frutti della terra. Secondo il rituale biblico la ricorrenza comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme o nei luoghi di culto con l'astensione totale da qualsiasi lavoro per una adu-nanza sana e di particolari sacrifici e di preghiere. Nella festa di Pentecoste la Chiesa vede il suo vero atto di nascita e questa e quindi con la Pasqua la festa più solenne di tutto il calendario Cristiano.

Tertulliano Quinto Settimio Florenzio (Cartagine 155-220 circa) apologista,figlio di un proconsole romano convertitosi al Cristianesimo, a quanto sembra fu il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo la Pentecoste era una festa solenne durante la quale era conferito il battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la Veglia pasquale. Il tema della Pentecoste ha una vasta iconografia, particolarmente nell'arte medioevale, che fisso l'uso di raffigurare lo Spirito Santo che discende sulla Vergine e sugli Apostoli nei Cenacolo sotto la forma simbolica di lingue di fuoco o di colomba.

I monaci benedettini impegnati nell'opera di evangelizzazione delle popolazioni nei siti di insediamento alla festività della Pentecoste dettero una primaria e solenne rilevanza liturgica. Nell'Abbazia di Santa Maria di Mejulano, secondo le notizie non scritte ma tramandate da generazione in generazione e la gran mole di pergamene e manoscritti redatti in varie epoche dai monaci dell'Abbazia e felicemente giunte fino a noi, si rile-va che la festività veniva interpretata come un appuntamento religioso-sociale di rilevante risonanza popolare non solo per le genti di Corropoli ma per tutti gli abitanti dei centri della Valle della Vibrata e della Valle del Tronto. A margine delle feste religiose sul sagrato e zone circostanti dell'Abbazia era consuetudine medioevale dar vita a mercati o fiere per la vendita dei prodotti eccedenti dalla terra, per approvvigionamenti e scambi commerciali tra aziende. E non solo i prodotti agricoli venivano commercializzati, ma anche manufatti in ferro, come vomeri, scuri, falci ed altri strumenti di lavoro, in legno, unitamente ai prodotti dell'industria tessile, con stoffe, lane, sete, lino e canapa.

La festività assunse maggiore impulso dopo il 1497 con l'insediamento nella conduzione dell'Abbazia da parte dei monaci Osservanti di San Pietro Celestino, dell'Ordine di San Benedetto, fortemente voluto da Donna Isabella Piccolomini d'Aragona, Padrona di Corropoli, Duchessa di Atri e Marchesa di Bitonto con il consenso del Duca Andrea Matteo III suo marito e del figlio Giò Francesco, Conte di Conversano. Dotata di grande sensibilità umana e di elevata caratura culturale, Donna Isabella sin dall'infanzia coltivò ed approfondì i più radicali principi religiosi verso la Chiesa Cattolica a conferma dell'alto rango e della sua discendenza che portarono originariamente la sua casata ad essere tra le famiglie nobili più tradizionaliste della cattolicità.

Quell'assegnazione feudale si tramuto nell'animo di Donna Isabella verso Corropoli in un rapporto di stabile interesse tanto da fame per lunghi periodi la sua abituale residenza. Corropoli agli inizi del 1500 contava circa 2000 abitanti ed era la quarta città, dal punto di vista demografico del teramano, dopo il capoluogo aprutino, Civitella e Campli. Era ubicata su un cucuzzolo posto a 120 metri di altitudine tra un saliscendi di colline confluenti nell'amena e ben coltivata piana della Vibrata, dove vi fioriva l'industria dei risi, ricca di boschi, di vigneti, oliveti, sita ad appena un miglio dall'Abbazia di Santa Maria di Mejulano. Un habitat ideale fortemente risparmiato nei secoli precedenti dalle rovinose invasioni e distruzioni barbariche. Questa nobil donna dal gentile aspetto, centrò appieno, grazie alla sua naturale sensibilità e ricchezza d'animo, i primi impulsi dell'evento rinascimentale che si apprestava a sconvolgere l'ltalia dopo un lungo periodo di saccheggi e distruzioni. Roma stessa, si lavava le ferite subite dalle orde barbariche che ridussero il centro del Cattolicesimo in un cumulo di macerie. Donna Isabella fu antesignana della riedificazione del centro storico di Corropoli. Antecedente al 1497 e nei decenni e secoli successivi la ”gestione" della Festa di Pentecoste fu una "prerogativa" delle autorità Corropolitane esercitata presso l'Università attraverso un Capitano o Maestro di Fiera. AI taglio puramente "spirituale" imposto dai monaci, si contrapponeva, per la moltitudine di fedeli che vi prendeva parte, il motive di "ordine pubblico". E' bene precisare che l'epoca si prestava, a causa dei ricorrenti periodi di precario raccolto, all'infiltrazione, in ogni tipo di manifestazione, di persone di malaffare o di disperati votati a tutto per ordine di sopravvivenza a compiere imprese illegali e dilettuose. E nelle autorità Corropolitane, a prescindere dal Signore e dall'Abate "pro tempore", per prestigio o per spirito di dovere era ben marcato il conetto di municipalità: attento e ligio a difesa del proprio territorio.

II Capitano di Fiera aveva il compito con l'ausilio dei suoi soldati di vigilare attentamente sul regolare svolgimento della manifestazione. I trasgressori dei regolamenti o quanti si rendevano protagonisti di turbative in materia di ordine pubblico venivano processati e condannati da una corte presieduta da un Governatore. Le fonti storiche rammentano che otto giorni prima della Festa votiva, come per annunciarla, dalla civica residenza con dovuta solennità, il Capitano di Fiera, un alfiere con bandiera spiegata recante gli emblemi del Comune, scortati da una compagnia armata con trombe e tamburi battenti erano soliti salire sul Colle di Mejulano per insediarne un presidio che rimaneva operante per tutto il periodo della festività. Le cronache del 1500 con dovizia di particolari ricordano come Donna Isabella nel giorno del Lunedì di Pentecoste era solita con i suoi familiari partecipare con profonda devozione alla solenne celebrazione religiosa. La Duchessa a cavallo, seguita dai suoi cortigiani ed acclamata dalla popolazione in un susseguirsi di archi trionfali, usciva dalla porta nord dell'abitato di Corropoli per recarsi nella vicina Abbazia. A riceverla con tutti gli onori sul sagrato antistante vi erano l'Abate Fra Antonio da Capua, primo Abate Celestino, i suoi monaci, il Governatore, il Capitano, il Maestro di Fiera, gli ufficiali e la civica armata. Secondo un rituale molto antico, in uso in particolar modo nelle abbazie benedettine per ricordare la Pentecoste (PASHA ROSARUM) si faceva discendere sui presenti dalla volta della chiesa una pioggia di petali di rosa per ricordare la discesa dello Spirito Santo. Dopo i primi convenevoli la Duchessa Isabella con il suo seguito si recava presso la Cappella del Santissimo Sacramento dove avveniva la donazione e l'accensione del Cero e la consegna dei doni votivi all'Abbazia. Da parte dei contadini, dei rappresentanti delle Contrade che organizzavano degli autentici pellegrinaggi, delle confraternite operanti nella chiesa di Sant'Agnese patrona dell'intero territorio, dei fedeli delle chiese rurali e monasteri di Corropoli, dopo l'omaggio alla Vergine di Santa Maria di Mejulano, venivano presentati i doni, i ceri votivi ed il raccolto della questua fatta tra di loro nel corso dell'anno precedente. Si assisteva quindi al solenne pontificale ufficiato dall'Abate, assistito nella celebrazione, dai monaci e sacerdoti della chiesa Corropolese. A termine del rito religiose era tradizione da parte dell'Abate dell'Abbazia invitare tutti i presenti ad un pranzo che si svolgeva nel refettorio e nella sala capitolare, offerto dalla comunità monastica. Tale convivio costituiva, tra l'altro, quale valenza politico-diplomatica, il punto di incontro per l'elezione del nuovo Capitano o Maestro di Fiera, elezione che aveva periodicità annuale. Carica con molti onori ma anche con molte responsabilità. Egli aveva il compito di sopraintendere sulla liceità delle contrattazioni economiche, il controllo degli scambi delle merci, delle valute, pronto ad intervenire in ogni controversia che dovesse sorgere tra i partecipanti. Essendo all'epoca una società prevalentemente agricola, l’eletto, per spirito di corporazione, doveva essere un rappresentante dei contadini. Fatta la scelta sulla persona più competente, dal pranzo si tornava in Chiesa per la nomina ufficiale dell'eletto. Il nuovo Capitano in ginocchio davanti all'altare di Santa Maria di Mejulano riceveva l'investitura da parte dell'Abate dell'Abbazia con la donazione di una Candela. Sul prato antistante il monastero era un susseguirsi di banchi con ogni tipo di mercanzie. Non mancava ala moltitudine dei presenti il tempo per assistere ai vari spettacoli messi in atto da vari artisti girovaghi: giocolieri, funamboli, acrobati, saltimbanchi. Come si poteva prendere parte ai giochi popolari: il tiro alla fune, l'albero della cuccagna, il gioco delle botti, ridiventato popolare dagli anni '80 con la rievocazione storica di questa festività.

Maggiore solennità della festività si ebbe a registrare dopo il 1550 con l'elevazione dell'Abbazia a Diocesi Nullius e con la nomina del suo Priore, il Maestro Giacinto da Brescia ad ordinario di Corropoli e Prevosto di S. Agnese. Si ricorda che nella ricorrenza della Festa di Pentecoste del 1600, per iniziativa dei monaci Celetini, per preservare il territorio dagli effetti distruttivi di una terribile pestilenza bovina, si svolse una processione con l'Effige della Madonna Addolorata, gia molto venerata nell'Abbazia, e che in seguito assumerà la denominazione di Madonna del Sabato Santo. Il Simulacro della Vergine venne portato nella Chiesa di S. Agnese e con un tripudio di popolo ricondotta nell'Abbazia di Santa Maria di Mejulano. Con la soppressione dell'Ordine Monastico dei Celestini del 1807 per effetto delle leggi napoleoniche, la Festa del Ringraziamento e stata sempre ricordata con solennità nell'ultima domenica di Settembre nella Chiesa Parrocchiale di S. Agnese elevata il 31 Marzo 1940 alla dignità di Santuario Mariano della Madonna del Sabato Santo.

 
     

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